UNA NERA E UN RAGAZZO

Io e il mio migliore amico siamo sempre questo, ovunque noi andiamo. Non importa che sia una grande città come Napoli, o un piccolissimo angolo di purgatorio come Castel Volturno, io e il mio migliore amico, agli occhi della gente siamo una nera e un ragazzo. Non posso essere una ragazza come le altre, la semplicità delle mie braccia e del mio viso tondo non bastano a rendermi normale. C’è quel piccolo particolare della pelle nera, marrone, di colore o abbronzata che per gli altri è abbastanza, è sufficiente ed esauriente. Agli occhi di un italiano medio, abbonato ad una visione distorta e razzializzata della società una “nera” a Castel Volturno è quasi sempre una prostituta, una professionista del sesso che si venderebbe pur di ottenere un passaggio alla fermata dell’autobus successiva. Le nere sono un po’ tutte così, non amano niente, si prostituiscono, urlano e sono litigiose. Saltano la fila alle poste e si legano sempre i bambini sulla schiena in quel modo strambo e innaturale, quasi non gliene importasse della sorte dei loro piccoli, sempre carini ed assonnati, s’intende. Questo sistema di preconcetti regola l’esistenza di molte ragazze africane qui a Castel Volturno. Se prendi un passaggio da un bianco sei di certo una prostituta, sia per gli italiani che per gli africani. Se parli per più di cinque minuti con un bianco di certo stai combinando qualcosa, forse ti stai accordando per il prezzo. C’è un impietoso gioco di sguardi accusatori a cui vorresti tanto sottrarti ma non ci riesci perché il giudizio è già scattato dal momento in cui ti avvicini ad un uomo bianco, che sia un tuo amico, il tuo amante o un totale sconosciuto. Sessismo e razzismo. Due facce della stessa moneta che ogni giorno, da quando sei sveglia fino a quando ti corichi per riposare, centellinano nelle tue tasche, scandendo il ritmo della tua quotidianità.

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Sviluppi una certa razionalità vivendo in posto come questo e pensi “qui a Kasava c’è la tratta delle donne nere, è normale che tutti mi scambino per una prostituta, forse sono i vestiti”. Ma dopo un po’ ti rendi conto che non sono i vestiti, e non è nemmeno il colore dei capelli o la lunghezza dei pantaloni. E’ l’essere donna e nera ad inferiorizzarti, a renderti un oggetto sessuale, un desiderio da “Colo Mentality”. Cammino con il mio migliore amico e, commenti e reazioni sono sempre gli stessi: curiosità morbosa, qualche commento razzista travestito da complimento, sdegno, raramente ammirazione. A nessuno verrebbe in mente di chiedermi qual è il mio fiore preferito ma io, ve lo dirò lo stesso. La primavera inoltrata è il periodo che preferisco perché è la festa dei papaveri. Sputano ovunque, nei luoghi più impensati e sopratutto sono ostinati. La loro delicatezza non è paragonabile alla caparbietà con cui decidono di esistere e di sbocciare, per quanto mi riguarda sono meravigliosi per questo. Un pomeriggio, l’autore di questi scatti, nonché il mio migliore amico mi viene a prendere e mi promette di farmi vedere qualcosa si straordinario.

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E’ a pochi passi da casa mia, su una scorciatoia che porta al centro storico di Castel Volturno. Mi promette una papaverosità mai vista prima ed è così che per la prima volta nella mia vita assisto ad uno spettacolo difficile da raccontare. Una chiazza rossa è esplosa nel bel mezzo di un campo sterrato. Sembrava di essere con Piero, nella sua guerra tra mille papaveri rossi. Solo che quella non era più la sua battaglia, bensì la nostra e quel giorno a vegliare su di noi c’erano fiori dall’aspetto malconcio e brillante.   Intanto alle nostre spalle alcune persone in bicicletta rallentavano per osservarci. Hanno tutti la faccia storzellata, brutta, affatto amichevole e continuano a guardarci. E’ incredibile come le persone di questo posto, nonostante la forzata convivenza tra le varie comunità straniere, si sorprendano ancora di vedere africani “fuori posto” che non stiano sulla rotonda ad aspettare i caporali o sui marciapiedi a fare marchette. Quello era un bel posto, e allora che ci facevano quei due là in mezzo? “Sta minchia” dice il mio amico tra uno scatto e l’altro. Ricordo ancora la voce del ragazzino in sella alla bicicletta con la madre. Non si preoccupa nemmeno di non farsi sentire ed urla “Mamma guarda lì. Una nera e un ragazzo”. Ha circa tredici anni e ha già imparato che le nere sono una cosa e le ragazze normali tutt’altro. Ero fuori posto, ma mi piace pensare che siano stati quattro papaveri ad istillare il dubbio.

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NINGUÉM VIU, foto DJARAH AKAN, autore

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2 pensieri su “UNA NERA E UN RAGAZZO

  1. C’é una linea sottile che separa il pregiudizio dal razzismo, talvolta anche molto sottile, ma c’é. E di pregiudizi viviamo un po’ tutti. Retaggio, forse, di tempi remoti, in cui, l’abilitá nel giudicare con uno sguardo, faceva la differenza fra la vita e la morte. A volte la fa ancora. Sopravvivenza.
    Io sono bianca, europea, né bella né brutta, secondo me banalmente “normale”, eppure quello sguardo l’ho subito da sempre e chissá, probabilmente fatto subire.
    Le diversitá sociali, o etniche, possono ingigantirlo e La gioventú e la sensibilitá personale renderlo intollerabile, eppure é essenziale conviverci.
    Mi sono sempre domandata come guardare una persona disabile. Distogliere lo sguardo per non ferirla puó apparire come un segno di disprezzo, guardarla una curiositá malsana, sorriderle una pietá non richiesta…
    E’difficile, lo é finché non impari a controllare i tuoi sentimenti e a separarli da quelli degli altri e allora, finalmente… rischi di cadere nell’indifferenza.
    Coraggio, piccola, la vita é complicata, ma anche divertente. Sfogati nel blog, manda a quel paese chi non ti sorride, ma goditi i tuoi papaveri, i prati e gli amici.

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