LA BUONA SCUOLA DI ARIANNA

Autore: Djarah Akan

Foto: Ninguèm Viù

Arianna ha un’idea molto chiara di come dovrebbe essere la sua scuola. La condizione di precarietà che vive come studentessa in un liceo di periferia la spinge a fantasticare, ad immaginare una scuola differente, che sia a misura sia degli studenti che dei professori.

Forse a sedici anni non si è pienamente consapevoli delle riforme scolastiche, della pericolosità che si nasconde dietro alcuni decreti legge travestiti da progresso, né ci si rende conto che tali riforme stanno smantellando il senso stesso della scuola, ma si riesce a pensare con ostinata speranza che le cose possano cambiare in meglio. Lei vive a Castel Volturno, frequenta l’istituto d’Arte e nelle sue descrizioni della vita quotidiana tra i banchi di scuola emerge il reale degrado strutturale della Scuola Italiana. Una scuola che cade a pezzi, una scuola di confine dove gli studenti dell’alberghiero sono costretti ad occupare gli stessi spazi che invece dovrebbero essere degli studenti dell’artistico.

Purtroppo per fare avere un laboratorio ed una cucina ai ragazzi dell’alberghiero, ci hanno tolto il nostro ed ora stiamo senza. Nella nostra scuola non c’è nulla.

La mattina mi alzo, fantastico sulle cose, mi trucco. Faccio tante cose tutte insieme. Mi vesto e prendo la borsa, esco, vado a scuola e devo aspettare il pullman quando passa, se passa. Se non ho i soldi e ci sono i controllori rimango a piedi”.

L’accorpamento delle scuole è una realtà molto diffusa e in piccoli comuni come questo è prassi che due istituti con indirizzi diametralmente opposti convivano nella stessa struttura, per mancanza di fondi. D’altronde l’enorme disinteresse del Governo per l’edilizia scolastica nei mesi precedenti ha causato incidenti di non poco conto, e non molti anni fa anche giovani vittime tra gli studenti.

Il racconto della mancanza continua veloce ed Arianna spiega quanto sia difficile apprendere in un istituto d’arte senza attrezzi, materiali e strumenti per imparare mestieri come l’orefice.

Manca quasi tutto” mi spiega “e ci vorrebbero attrezzi migliori per i ragazzi”. Tutte cose che certamente invoglierebbero di più gli studenti, evitando che ci sia un così forte abbandono scolastico. Perché tra i tanti problemi che affliggono Castel Volturno c’è anche l’alto tasso di adolescenti che non concludono l’intero ciclo scolastico.

E’ normale che i ragazzi non vengono a scuola” aggiunge lei, convinta del fatto che “se la scuola non ha nulla da offrire, loro non verranno. Preferiscono andare a lavorare”.

Da questi racconti emerge con forza l’immagine di una scuola invischiata in una guerra di trincea che lo Stato ha voluto dichiarare a famiglie, insegnanti e alunni. Tagli su tagli hanno reso l’istituto di Arianna, una realtà difficile da vivere e da sopportare dove ci si ritrova a dover rinunciare ad un’istruzione che sia degna di questo nome sempre per le stesse ragioni: soldi che non ci sono. Gli insegnanti, esauriti dai ritmi pazzeschi che vengono loro imposti dall’alto si ritrovano sfibrati, senza forze e capacità per poter gestire una situazione così disastrosa.

Manca tutto”, mi ripete tenendo lo sguardo basso; pare non ci sia modo di migliorare la situazione che, come detto in precedenza rappresenta anni ed anni di riforme scolastiche lapidarie e affatto edificanti.

Sembra che quando si pensa a come riformare la Scuola e al ruolo che essa dovrebbe ricoprire nella società, non si consideri affatto il peso che quest’ultima ha nelle piccole realtà di periferia come quella di Arianna, che vorrebbe semplicemente ciò che le spetta: una scuola che non sia una botte dove far fermentare e marcire le vite di centinaia di migliaia di ragazzi in difficoltà. Una scuola che abbia rispetto per gli insegnanti e che non promuova la competitività e lo sciacallaggio cronico.

Arianna parla dei suoi sogni e cerca di descrivermi la scuola che desidera, la cattiva scuola di pensatori e artisti che questo governo rifiuta e cerca di fare a pezzi.

Quando hai poco o niente da fare e ti ritrovi senza spazi in cui poter coltivare la tua individualità ti restano i sogni lucidi ed Arianna, con la stessa lucidità che di certo non caratterizza le scelte di questo governo in materia di scuola ed istruzione, ha disegnato con sguardi sognanti e parole taglienti la sua Buona Scuola.

Nella buona scuola di Arianna il preside non è uno sceriffo che punisce e controlla in maniera repressiva ogni aspetto della vita di docenti e alunni, ma costruisce con loro una struttura che non sia fine a se stessa, che sia utile in primis a chi la fa respirare.

Alla fine siamo noi ragazzi che facciamo funzionare la scuola e se tu non vieni non può immaginare come sia”.

Gran parte della vita dei giovani adolescenti si svolge nelle classi, tra i corridoi e nei laboratori. Arianna mi fa capire quanto sia importante che nelle periferie la scuola sia una sorta di piazza del Sapere dove i giovani si ritrovano, studiano e si confrontano, il tutto rigorosamente all’aperto.

Non c’è spazio per banchi quadrati ed orari serrati. Sei ore consecutive senza avere la possibilità di riorganizzare il proprio pensiero ricorda molto il regime delle galline ovaiole, chiuse in gabbie e costrette a produrre uova fino allo sfinimento.

Arianna non è una gallina, non lo sono gli insegnanti, gli inservienti e nessuno dovrebbe ritrovarsi in una simile condizione di cattività. Dunque via i banchi, la Filosofia e la Storia la fanno da padrone.

Il mio professore di filosofia è molto bravo e la filosofia è bella. E’ il primo anno e non sappiamo come funziona quindi tu devi fare una spiegazione più intensa, spiegarci i particolari farcela conoscere e amare. Non lo abbiamo mai fatto”.

Nella vita non basta essere dei tecnici, e vero che l’Istituto nasce per darti una formazione preminentemente tecnica, ma coltivare il pensiero e avere un’opinione critica ci rende umani, consapevoli. Per questo la buona scuola di Arianna ogni mattina si apre con un titolo di giornale ed un commento collettivo sui fatti di attualità. Almeno i ragazzi sanno cosa succede nel mondo, è importante che tutti sappiano, mi ripete sorridente.

Nella buona scuola di Arianna non manca mai nulla, tutti hanno ciò di cui necessitano e c’è verde, tantissimo verde a fare compagnia ai ragazzi. Le lezioni sono all’aperto, Castel Volturno è una cittadina verde con una pineta straordinaria ed una meravigliosa macchia mediterranea che si espande per molti chilometri a ridosso del litorale. E così verde che più verde non si può, tutti dovrebbero sapere che è possibile trarre ispirazione anche dalla natura. Nei sogni di Arianna che, ormai alla fine di questa intervista dimostra di essere molto più lucida del Ministro Giannini, i professori vivono bene col loro stipendio, non vengono continuamente dislocati da un istituto all’altro e la precarietà è solo un brutto ricordo. Non esistono contratti stagionali, la Scuola non è un’azienda agricola, è un polo attrattivo per i ragazzi che altrimenti non saprebbero che fare. I laboratori sono sempre aperti, la biblioteca è enorme, piena di libri e posti dove poter studiare e fare della buona socialità.

Se la scuola fosse un polo attrattivo per i giovani, tutti l’abbandonerebbero di meno, molto di meno. Perché qui gli spazi sono pochi”.

Una giovane ragazza di sedici anni è riuscita ad immaginare un futuro oltremodo migliore di quello che ci sta confezionando questa classe dirigente, interessata ad avere una cattiva scuola che si dichiari buona, produttiva ed utile, al passo coi tempi, indietro di cento e passa anni.

Si prospetta un avvenire fatto di pecore ignoranti martoriate dalle scelte di cattivissimi pastori, interessati solo a lasciare una società in balia all’oscurantismo di stampo medievale dove la cultura torna ad essere appannaggio di chi se lo può permettere. E a noi cosa resterà? Un futuro di ignoranza, dove sarà facile manipolare l’opinione pubblica a proprio piacimento?

Ci vuole poco ad immaginare una scuola differente, che ci appartenga e sia Nostra. Perché la scuola è di chi la vive e per capirlo basta seguire il filo di Arianna.

Di pomeriggio dopo la scuola danzo. Invece di tornare a casa vorrei rimanere a scuola”.

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