LA MIA AMICA ITALIANA

Autore: Djarah Akan Foto: Ninguèm Viù “Leggi bene”, mi dice mentre agita con fierezza la sua nuova carta di identità. Nella foto sembra la versione negra di Anna Bolena, ha lo sguardo fiero di sempre, quell’espressione fint altezzosa che riconoscerei ovunque. Niente denti anche sta volta, non sorride mai se non sotto espressa richiesta, in fondo fa bene perchè non c’è un cazzo da ridere. Come darle torto, quando ha dovuto aspettare due anni per avere quella diavolo di cittadinanza. Ora è tra le sue mani, non pensa più a tutte quelle scartoffie che ha dovuto compilare per arrivare a quel punto, tuttavia non mi sembra sia cambiata molto. Ironica le chiedo “eh, Hazy come di senti eh? Cosa si prova ad essere cittadina italiana? Adesso ti senti potente eh?”.  Lei mi guarda di sottecchi, sorride (che bello, ogni tanto) e mi dice “sinceramente non me ne frega niente, ma almeno ora posso avere la libertà di fare quello che voglio”. Per me ed Hazel, libertà di fare ciò che si vuole significa avere la possibilità di denunciare soprusi, libertà di potersi spostare da un paese all’altro, liberamente, libertà di prendere la parola. Significa salire in tribuna senza subire il ricatto del documento, significa sentirsi legittimati a dire no. Voi direte che queste cose puoi farle tranquillamente anche senza cittadinanza, ma ditelo alle migliaia di migranti che attraversano il mare morendo ammazzati nel mediterraneo, perché hanno avuto la sfortuna di nascere dalla parte sbagliata del mondo: quella che viene depredata e sfruttata. Ditelo alla prostituta ucraina che viene violentata dal cliente e che non potrà denunciare mai nulla perché clandestina e senza documenti. Ditelo anche alla badante polacca che come una figlia di genitori non suoi, cura gli affetti familiari degli altri, senza potersi prendere cura dei suoi, tutto a nero ovviamente e senza contratto. Avere uno status giuridico subalterno, passibile di ricatti e sfruttamento significa soprattutto questo, significa silenzio, invisibilità, significa non essere, o meglio, essere solo in certi momenti della propria vita. Noi figli di migranti nati qui, sappiamo cosa significa essere trattati come uomini e donne di serie B. Contiamo poco o niente, la gente ci vede come degli ibridi, a qualcuno suscitiamo curiosità, per qualcun altro siamo il simbolo della decadenza della patria e della cultura italiana (vedi la lega di Salvini, Casapound, fratelli di Italia e tutto l’universo di scroti ambulanti che volteggiano attorno a queste realtà politiche). Mai qualcuno che ci chieda cosa pensiamo di questa faccenda dello ius soli all’italiana, o della xenofobia dilagante che sta soffocando l’Italia intera in questi tempi di crisi. Continuano a dire che lo Ius Soli non è rilevante in questo momento, che l’Italia ha altre cose a cui pensare, ma io vivo in Italia, qui ci sono nata e non avete la più vaga idea di cosa significhi vivere sotto il ricatto del rinnovo del permesso di soggiorno. Anche se sono nata qui, ogni due anni vado in questura e mi danno una specie di scheda telefonica su cui posso caricare i giorni validi per risiedere legalmente in Italia. E’ proprio come quando fai l’offerta e paghi per avere internet e i minuti gratis fino allo scadere del mese. Solo che nel mio caso ti caricano i giorni della tua vita, limited edition naturalmente. Loro decidono se puoi restare o devi tornartene in Africa. Io sono ghanese, il Ghana tutto sommato è bello. Una volta l’ho visto su google hearth, è piccino rispetto alla Nigeria. Mia mamma mi ha fatto vedere qualche foto del suo villaggio. Ho visto un sacco di documentari in tv, su discovery channel e a breve dovrò dare un esame all’università in cui un paragrafo parla proprio della storia del popolo degli Akan, di cui mia madre fa parte. Roba seria insomma! Amo profondamente l’Africa e al di là dell’ironia non so se si è capito che non ci sono mai stata fisicamente. Il mio cuore è lì, ma il mio corpo da qui non si è mai spostato. Per sei mesi della mia vita sono stata clandestina. Non è stata una mia scelta, ma era un periodo difficile e ci sono stati dei cavilli burocratici che hanno portato a questo. Camminavo per strada con la paura di essere fermata dalla polizia per un controllo, tenevo lo sguardo basso per non destare sospetti e mi sentivo male, ero colta dal panico totale, fino a che non tornavo a casa. Dovevo andare all’Università e, arrivata ad un certo punto avevo pensato di lasciarla, almeno fino a che non si fosse sistemata questa situazione. Ero clandestina, non mi sentivo una criminale solo perché il mio permesso di soggiorno era scaduto, ma voi sapete che fine fanno quelli che vengono beccati senza documenti? Finiscono nei CIE. Centri di identificazione ed espulsione. Sono nata a Santa Maria Capua Vetere, in provincia di Caserta ma avrebbero potuto arrestarmi e trasferirmi in un CIE, un lager per migranti senza documenti. E’ un carcere, ma non è un carcere, ed anche se il reato di clandestinità è stato abolito, vieni trattato come un criminale, sottoposto a violenze e torture psicologiche. Ditemi voi se non è una tortura essere separati dalla propria famiglia, da amici ed affetti che conoscevi da una vita intera…l’idea di non poter vedere più i miei amici mi riempiva il petto di terrore. Oggi le cose stanno diversamente, mi hanno concesso sotto lauto pagamento altri due anni di soggiorno. Stento a credere a tutti i soldi che mia madre è costretta a sborsare per permettere a me e alle mie sorelle di vivere nel paese in cui siamo nate. Soldi che probabilmente, non vedrei mai tutti insieme. Ripenso a quando ero piccola e mamma mi diceva “domani andiamo alla questura”. Cercava di spiegarmi con una certa dolcezza e delicata leggerezza che senza il permesso ci avrebbero messo a forza su un aereo e spedito in Africa, il ché ora che ci penso non sarebbe stato tanto male. Lei, che era scappata dalla povertà e da quella famiglia di coloni inglesi presso cui faceva la domestica, non aveva alcuna intenzione di ritornarci. Mai per la vita! Almeno fino a che non si fosse ripresa tutto ciò che l’occidente le aveva strappato via. Tempo fa ogni due anni c’era la sveglia alle quattro nel mattino. Stretti come sardine in un fetido, angusto pullman di linea in direzione Caserta, io e la mia famiglia impiegavamo tre ore per arrivare a destinazione . Una volta arrivati davanti alla questura, trovavo ovunque persone che bivaccavano disperatamente in attesa che il poliziotto di turno urlasse il numero successivo, in barba alle ultime innovazioni nel campo del settore dei servizi pubblici. Dopo altre ore passate in piedi arrivava il nostro turno. Gli agenti in divisa sono tutti uguali quando stanno dall’altra parte del vetro e ti guardano come se volessero strapparti la testa a morsi. Tu vuoi solo andartene e portarti via il tuo permesso ma devono farti pesare anche quello, e se non sei gentile, se dimostri anche la più piccola traccia di risentimento…attento, sono come gli elefanti, hanno la memoria lunga e non si scordano il tuo volto. Questo accadeva tanti anni fa, ora le cose alla questura di Caserta sono un po’ cambiate, certo una come me che non ha fatto la richiesta a diciotto anni, arrivata ai ventuno può anche scordarsela. Inoltre senza un reddito abbastanza alto, non puoi nemmeno depositare la richiesta. Che destino avverso…ora la mia amica è Italiana e sono felicissima che almeno lei ce l’abbia fatta. Per me è un sollievo sapere che si sia tolta questo peso di dosso. Lo stesso non potrei dire di me. Ius soli, sanguinis, culturae. Ne hanno dette tantissime attorno a questo tema, la gente scatena ancestrali pulsioni razziste quando si parla di “radici” ed “italianità”. Certo. Radici. Quali radici esattamente? E quale italianità? Le culture non sono monadi a se stanti da cui nulla può entrare né uscire, le identità sono mutevoli, fortemente soggettive e sottoposte al dinamismo di un tempo che cambia in continuazione. Le culture si sedimentano, non si costruiscono e tale sedimentazione nasce dalla migrazione, senza il quale questa umanità non avrebbe mai visto la luce. La patria e questa presunta, ridicola italianità esistono solo quando c’è guerra, mondiali di calcio o gare culinarie. Manca per il resto del tempo. Sciocchezze sulla purezza della razza italiana e delle invasione barbariche lasciamole ai fascisti. Per il resto del nostro tempo siamo donne e uomini e tutto ciò che a mio avviso può accomunarci è la voglia di non essere oppressi. Viviamo la cultura delle oppressioni di genere, di razza e sinceramente non so che farmene di questa spazzatura. 

SONY DSC

Io intanto continuo a lottare per avere la cittadinanza. E’ un mio diritto, sono nata qua come qualunque altro persona e non vedo la ragione per cui lo Stato si ostina a creare differenze e discriminazioni razziali su base giuridica. Nel caso debba andare male so già cosa fare. Salverò dall’annegamento il chiuaua di una ricca mummia che abita in uno di quei quartieri di gente coi soldi, tipo il Vomero o Posillipo. Immagino già i titoloni sul giornale con tanto di mio profilo migliore con la bestiola. “Ragazza di colore salva cane di facoltosa signora della zona. Il paese si indigna. Ius soli italiano ingiusto. Cittadinanza onoraria subito”. Perchè lo sappiamo tutti che tira più un pelo di cane che un carro di buoi..

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6 pensieri su “LA MIA AMICA ITALIANA

  1. Splendido pezzo e complimenti per il blog che entra dentro. Spero che presto ci possano essere leggi che facilitino ilr iconoscimento di un diritto che dovrebbe essere naturale. COntinuiamo a preferire la costruzione di muri e barriere per dividerci. Ancora complimenti e ti adotto in #Adotta1Blogger 🙂

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  2. Io proverei lo stesso a fare la richiesta di cittadinanza al tuo Comune, anche se ora hai 21 anni, almeno per vedere cosa ne pensano!
    Ciao
    Yori Yori

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