E’ VIETATO BUCARSI QUI

L’autobus è strapieno come al solito, manca aria e a stento si riesce a respirare. Umori ed odori diversi si mischiano nella tipica “fragranza” che caratterizza immancabilmente l’M1B, pullman di linea che collega Mondragone a Napoli, passando per Castel Volturno. L’autista è molto nervoso, tira un fischio quando le porte dell’autobus si aprono e una donna cerca di farsi spazio tra i passeggeri. Sono accanto a lei, riesco a percepire perfettamente il cattivo odore che emanano vestiti e i capelli legati alla buona con piccole forcine dentate. Mi sembra molto nervosa, sofferente e glielo si legge in faccia che l’astinenza comincia a fare effetto. Si massaggia le tempie, si gratta freneticamente, senza perdere mai di vista il numero di fermate che la separano da casa. Gli guardo le gambe sottili piene di macchie ed escoriazioni, non posso fare a meno di pensare che quella sua magrezza malata sia sintomo di una cattivissima alimentazione. Intanto l’autista continua a lanciargli occhiatacce, i passeggeri si scansano per l’odore troppo forte e lei, di conseguenza, resasi conto della situazione, suda imbarazzata, suda terribilmente e si sente quasi svenire per il troppo calore. Ho dei fazzoletti imbevuti nella borsa e ci metto un po’ ad offrirgliene un paio, per paura di essere fraintesa, ma la donna, sui trent’anni, volto scavato e grigiastro, li accetta ben volentieri ringraziandomi gentilmente. Nonostante la droga l’abbia devastata nel corpo, mantiene dei modi gentili, sembra molto dolce e nasconde un timido sguardo dietro due enormi lenti contraffatte di dolce e gabbana. Agita la testa mentre chiacchierando del più e del meno mi spiega che sta per tornare a casa, che non appena sarà rientrata si farà una lunga dormita ma so benissimo dove finiscono a vivere le donne come lei. Ha preso il pullman per spostarsi nei pressi del Boomerang dove è più facile trovare clienti e fare marchette. Il Boomerang è un ex hotel a quattro stelle che è entrato a far parte dei miei ricordi di bambina prima che un devastante incendio doloso lo distruggesse del tutto. C’era un’enorme cartellone con una gigantografia degli interni e degli esterni ad attirare la clientela. Non ricordo nemmeno il giorno in cui quel cartellone pubblicitario cominciò a sponsorizzare disastrose e imbarazzanti campagne elettorali e poi ancora, culi più o meno famosi che in un vero e proprio processo di mitosi sessista, proliferavano a perdita d’occhio. Fu ancor peggio quando venni a sapere che quel meraviglioso hotel, distante quattro passi dalla mia casa, era diventato una base di spaccio a scopo abitativo. La donna alza la voce mentre parla con me, si sente giudicata da quegli sguardi infimi e meschini, incapaci di riuscire a scorgere l’essere umano e non il pallido fantasma di puttana drogata che la benpensante maggioranza proietta su di lei. E’ tutto un gioco, ed ognuno contribuisce sputando dall’alto della propria integrità amorale la propria sentenza, dalla prima pietra e l’ultima paternale. Tutto rigorosamente nel linguaggio che piace ai vigliacchi, quello del corpo e degli sguardi affilati. Avrei voluto chiedergli qualcosa di più sul suo conto, mi piace molto conversare con le sconosciute, perché mentendo sanno raccontare le vite degli altri, fingendo che siano le loro. Qualche volta ci riescono magnificamente. E’ l’unico momento in cui hanno modo di poter parlare di ciò che gli piace e che fa loro più rabbia, anche se è quasi sempre tutto una bugia. Ma che importa! Io ascolto, penso sia insieme un dovere e un piacere e mi rendo conto che essere ascoltate sia per loro una rarità. Dunque parlano a raffica, approfittano del momento per aprire le dighe e lasciar scorrere le acque del passato che la hanno portate fin qui. Spesso parlando con la gente di queste parti, domando loro cosa ne pensino di queste donne, delle loro vite interrotte, dell’abuso di droga. Le reazioni sono più o meno le stesse. Sdegno, odio, stigmatizzazione, luoghi comuni e ancora odio. Le discriminazioni sessiste di cui sono vittime le donne tossicodipendenti emergono ancora più fortemente quando le persone mi spiegano che c’è una sostanziale differenza tra le prostitute invischiate nella tratta e quelle che invece finiscono col vendersi per procurarsi la droga. Le “puttane straniere che stanno là perché non hanno i documenti” quelle si, quelle sono poverine e bisogna aiutarle in qualche maniera, ma le tossicodipendenti – spesso italiane – che finiscono a fare marchette sono tutta un’altra storia. Il presunto valore del corpo di una tossica è minore rispetto a quello di una normale prostituta. La tossica ha un costo fortemente ridotto sul mercato della prostituzione, ciò è determinato dalla sua condizione di dipendenza la rende un soggetto ancor più debole e a rischio. E’ un ricatto vivente costretto a correre continuamente sulla Domiziana alla ricerca di una dose. Dal canto mio, posso dire di trovare piacevole la loro compagnia, fanno parte della mia quotidianità e non ho mai sentito il bisogno di negarle, di fingere che non esistessero. Quando cammino per strada e le osservo di nascosto riesco a scorgere una certa densità nel loro sguardo stralunato e dentro me, percepisco la presenza di piccoli laghi melmosi con sbocchi nascosti verso il mare. Non sono solo eroina, declino dei muri pieni di crepe. Li dentro c’è una forza nascosta, c’è pienezza compressa dall’alienazione. Sono colme di qualcosa che non so e che vedo. Passa troppo poco tempo e la donna con la gonna nera – così la chiamerò – mi lascia appena dopo quattro fermate. Prima che le porte si chiudano mi stringe forte le mano destra salutandomi calorosamente e ricordo chiaramente la frase che mi rivolge mentre il pullman sfreccia via. “I tuoi capelli sembrano un nido d’uccelli. Sei bellissima”. Ancora adesso, mentre batto queste lettere sulla tastiera riesco ad avvertire la sensazione che il contatto con le sue mani mi ha suscitato; sento la pelle sottile e screpolata e le falangi lievemente deformi. Castel Volturno è piena di luoghi dove è possibile allungare di quindici, vent’anni quell’attimo in cui il respiro ti schizza via dalla carne. La chiamano morte, ma non è esatto. Puoi sopravvivere in un regime di vita apparente senza destare particolari sospetti, per tutta la vita. La donna col vestito nero invece non sembra nemmeno troppo morta, infondo ha così tanta voglia di vivere, riesce a serbare parole gentili per una sconosciuta come me che può offrirle solo un paio di fazzoletti imbevuti. Come se bastasse questo a lenire le ferite indelebili che le hanno accecato gli occhi e cucito la bocca. Quelle labbra sottili si muovono poco, sorridono amabilmente a chiunque sia disposto ad offrirle una decina di euro per un “passaggio” a casa. E nella sua casa tutto le è permesso, anche di Essere Molteplice, o di essere e basta. Cosa? Magari una donna, oppure una questione su cui interrogarsi, o un soffocante atto di violenza collettiva; un prodotto sociale e politico mal digerito e risputato nel ghetto, una risposta che può essere si oppure no, “non-ne-ho-bisogno-ascoltami-o-lasciami-stare! Ci sono luoghi dove non è vietato né prostituirsi, né bucarsi e questi posti li riconosci quasi subito, in fondo allo sguardo di persone come lei. Giocano a nascondino con gli occhiali da sole e tirano avanti a fatica, cercando di sfamare il demone che le divora da dentro in un viale deserto e poco illuminato, sui sedili reclinabili di una fiat panda mezzo scassata.  Tutto per un buco. Niente per la vita.

AUTORE: DJARAH AKAN

FOTO: ROBERTO RUSSO

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