NOI SIAMO GLI ALBERI

Autore: Djarah Akan Foto: Ninguèm Viù Gli sguardi severi e pieni di astio si incollano sulle nostre schiene mentre ci dirigiamo velocemente nel vialone del Villaggio Agricolo che porta ai lidi. Da quel che suggerisce il nome, il Villaggio Agricolo, sulla carta registrato come “Villaggio del Sole” ha un impianto urbanistico che fa un tuffo all’indietro nella storia, riportando alla memoria i vecchi paesini contadini dell’America del profondo Sud dei Confederati. Pochi servizi, facce torve, mani callose, pregiudizi e lamiere che scottano al sole con tettucci di amianto verdi di muschio. Le casette sono costruite con una certa continuità e tutto sembra stringersi forte; c’è sempre una certa quiete e a ravvivare l’atmosfera ci sono solo i motorini cavalcati da baldi giovani con poca voglia di andare a scuola e donzelle sformate in abiti borchiati dai colori fluorescenti. Sembra abbiano fatto un frontale con il reparto cosmetici dell’Oriental Store. Non mi fanno tenerezza ma ci ignorano con molta ostinazione e questo mi fa felice. Stessa cosa non si direbbe per gli anziani che, in questi casi sono tutt’altro che discreti. A loro piace farti pesare il fatto che sei fuori posto; ti fisserebbero fino all’autocombustione spontanea se potessero e la cosa divertente è che non sai mai dove comincia il vecchio e dove finisce il tavolino con le carte per giocare a scopone. Stanno tutti incollati al giornale, confabulando dell’assetto geopolitico che Castel Volturno avrebbe in una potenziale lotta per la supremazia territoriale in Italia e nel Mondo in caso di una più che probabile terza guerra mondiale dove la contrapposizione principale sarebbe tra extracomunitari musulmani zingari rom e cinesi contro i castellani. Superiamo la rotonda al centro del villaggio ed arriviamo all’altezza delle ultime case, quelle affittate ai neri. Nell’aria le risate delle donne affacciate al balcone svolazzano assieme ai fili sottili dei capelli sintetici. Sono tutte impegnate con una loro cliente, una ragazzetta igbo di vent’anni, impassibile al dolore, ferma nella sua decisione di farsi fare un bell’atachment come si deve. Sono occupate e ci notano appena. Chiacchierano e ridono sorseggiando Vita Malt, una bevanda analcolica dolce e amara dal colore scurissimo che va forte tra ghanesi e nigeriani. Hanno quasi finito di fargli le treccine di base per attaccarle le extencion che arriviamo di fronte alla cancellata che separa il Villaggio dall’accesso alla pineta e ai lidi vicini. Un cane nero e spelacchiato staziona fiero davanti alla Pineta, proteggendola con il suo corpo magro ed emaciato. Sembra mezzo morto per la maggior parte del tempo ma quando le persone si avvicinano troppo lui avanza lento, si fa vedere, magari ringhia un po’, giusto per far capire che quel posto e suo e non è incustodito. E’ amato. Il cane nero, la guardia della cattedrale verde, con la sua presenza costante ci insegna che l’amore si apprende. Non sempre, non per tutte le cose ma è possibile apprendere. Siamo debitori del tempo che ci ha insegnato ad apprendere e ci ha forato gli occhi con spilli arrugginiti, di modo che la luce fioca della Pineta potesse entrare. Siamo ormai dentro, alle nostre spalle la rete arrugginita è schiacciata e calpestata dai predatori degli alberi che, impietosi bruciano e segano e disboscano la Pineta, ignorando quanta vita stia esplodendo e morendo tra quegli alberi sottili. La gente di qui non si cura molto della natura. A dire il vero non si cura nemmeno di se stessa ma si capisce. Devi mangiare, sopravvivere, tenere tuo figlio lontano dalla strada, cercarti un lavoro che non ci sarà nemmeno domani. Quindi che te ne fotte degli alberi? Che te ne fotte delle riserve naturali o della pace nel mondo? E normale che tiri a campare senza sapere cosa significhi vivere accanto a una riserva naturale di questa vastità. Castel Volturno vista dall’alto sboccia nel verde assoluto come un fiore malato, incrostato di cemento. Si sopravvive con una certa passività e se ti serve, gli alberi li bruci, radi al suolo tutto, tanto la vita va avanti anche senza. Nella cattività non c’è spazio dentro di sé, non c’è modo di muoversi e di riconoscere la bellezza. Dunque è per questo che siamo qui? Non lo so, non lo capisco e me lo domando mentre il mio amico si allontana con la macchina fotografica addentrandosi nella silente oscurità di una macchia verde e muta. Resto da sola, la Pineta mi parla, sento la sua voce potente e gli alberi scricchiolano leggeri, molestati da un vento che accarezza le cime degli aghi di pino dall’alto, senza interrompere la quiete di sotto. Il suono dei nostri passi è attutito, ci sono isole di luce sparse qui e lì dove gli alberi sono caduti. Ne troviamo uno in particolare, tagliato a metà da un fulmine proprio nel mezzo. E’ potente, non muore, resiste e le sue radici sono attaccate al terreno sabbioso. Sono radici forti quelle dei pini, spaccano l’asfalto fiorendo come dorsi di balene su mari di cemento. La lotta tra uomini e alberi è continua, così quando entriamo nella Pineta l’aria si fa cupa e non ci dà il benvenuto. Già, la Pineta è incazzata, non ci vuole lì, il mio amico fa scatti uno peggio dell’altro. Si dispera, e urla contro l’obbiettivo “macchinetta di merda! Ma perché non funzioni?”. Mi dice che fanno bene certi coglioni a spendere millemila euro per le macchinette fotografiche, perché la sua proprio non va, fa schifo, non funziona e prima o poi la butterà giù dalla Scuola. E a quel punto che decidiamo di separarci. Lui vuole andare sulla Scuola. Lui la chiama la Scuola, qualcuno dice che sia stato un ospizio, un ospedale o un albergo. Una cosa la sappiamo: non è stato mai finito. Un’altra parte di questa cittadina rimasta in sospeso senza identità né destinazione.  Che geni quelli che lo hanno costruito. Quella struttura senza alcun senso è stata realizzata  per sfruttare al meglio le “bellezze di Castel Volturno”. In fondo per la logica predatoria che da sempre ha afflitto questo posto, natura è il mare che puoi sfruttare, natura è il lido che puoi costruire, natura è la terra sulla quale puoi cementare, recintare e soffocare te stesso. Natura sono gli uccelli che puoi impallinare, sono gli alberi del giardino comunale e i mobili in truciolato che dopo tre anni si sfondano e vanno in decadimento radioattivo. Natura sono quegli incubi di plastica a forma di palme da cocco che abbelliscono quei cessi di centri commerciali. Ecco la natura nella mente della classe media. Natura da preservare a fini commerciali, mentre i poveri che non comprendono affatto i piani del razionalismo economico tagliano gli alberi solo per scaldarsi senza sapere che privatizzare significa difendere e preservare. Quante storie racconterebbero pur di non ammettere che piattole succhia sangue come loro altro non vedono che i soldi, lo sfruttamento e il guadagno.

Facciamo fatica a tirare qualcosa di buono da questa giornata, il cielo rosseggia, segnale che dobbiamo sloggiare al più presto. Anche il cane ci aspetta fuori, quasi a dire che si è fatta una certa ed è meglio alzare i tacchi. Il mio amico fa gli ultimi scatti ma non sembra essersi arreso. Lui è il master, il boss della situazione e va via senza dirmi niente.

Il giorno dopo ci ritroviamo, sembra felice, rilassato. Mi dice di essersi arrampicato sulla scuola al tramonto e di essere riuscito a cogliere lo spirito vibrante di Kasava. Io guardo quegli scatti e penso che siamo alberi di qui. Penso di esserci anche io in mezzo a tutta quella meraviglia ostinata. Ci siamo tutti. Abbiamo radici profonde, i nostri fusti affannati faticano a restare in piedi, ritti e scortecciati. Ciò non ci impedisce di sollevarci, di prenderci tutta la luce che possiamo; apriamo le braccia in un gesto di resistenza estrema e la verità di cui possiamo sfamarci fino a scoppiare ci viene donata in questo posto che non è una maledizione, ma una rivelazione sfacciatamente violenta e al contempo piena di grazia. Complici di questa verità incontenibile sono gli alberi che fanno la Pineta, madre accogliente e severa, presenza costante che guarda ad un mare intossicato e ancora sprezzante si rivolge a noi, vive dentro di noi pensandoci come parte di sé. Essa è lì, sarà sempre lì e le stagioni gireranno intorno ai rami leggeri senza estinguersi mai. Noi siamo gli alberi della Pineta e di Kasava e non abbiamo niente per voi, niente da dimostrare. “Atravessa esta paisagem o meu sonho dum porto infinito E a cor das flores é transparente de as velas de grandes navios Que largam do cais arrastando nas águas por sombra Os vultos ao sol daquelas árvores antigas… O porto que sonho é sombrio e pálido E esta paisagem é cheia de sol deste lado… Mas no meu espírito o sol deste dia é porto sombrio E os navios que saem do porto são estas árvores ao sol…[…] Chuva Obliqua,Fernando Pessoa”.

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