La carne dei migranti

AUTORE: DJARAH AKAN

Di questi tempi il dolore ha vita breve. L’uomo ha attraversato siccità, buio e inverni senza fine pur di sfuggire alle sofferenze. Su questo principio – la fuga dagli affanni sia materiali che emotivi – ha sognato la musica, ha condiviso la filosofia e generato l’arte. In pratica si può dire che le più grandi testimonianze della vita dell’uomo su questa terra derivino da questo peregrinare lontano da se stessi.

Poi un giorno arriva la televisione e passi almeno sette ore del tuo pane quotidiano a guardare contenuti sapientemente scelti da chi la televisione la fa. La velocità è essenziale, le pubblicità sono brevi e ci distraggono da un film troppo lungo o troppo triste per essere assorbito tutto insieme. Una scena cruenta può essere interrotta d’improvviso da una bella donna che si massaggia le natiche per sponsorizzare una crema anticellulite. Hai persino dimenticato perché piangevi, forse hai bisogno di comprare anche tu una crema. Di sicuro saresti meno triste. La velocità è essenziale anche nell’assorbire e dimenticare il dolore.

Passa un mucchio di tempo ed ecco che ti ritrovi con cinque grandi in meno alla vista perché sei occupato su un social network a spulciare quantità allucinanti di immagini e notizie provenienti da tutto il mondo. Cani che stringono improbabili amicizie con animali che altrimenti mangerebbero, tette da urlo che sobbalzano a ritmo di latino americani, scene di decapitazioni del’Isis, gatti che aprono porte con le zampe. E poi bambini morti coi pannolini pieni d’acqua, la pelle scura resa pallida e traslucida dall’azione dell’acqua salata. Ciabatte, sciarpe, pezzi di stoffa, occhi sbarrati e bocche aperte piene di sabbia. Gli squali sono aumentati nel Mediterraneo, da qualche anno a questa parte hanno trovato regolarmente cibo proveniente dalle più disparate zone dell’Africa e del Medio Oriente. Loro sono gli ultimi nella catena alimentare a cibarsi di noi migranti, dei nostri corpi. Seguono partiti neri, verdi, rossi e ancora albergatori senza scrupoli e cooperative di piccioni che si fanno grassi pescando nella miseria. Per penultimi ma non meno importanti, gli utenti di facebook partecipano a questo banchetto come meglio possono. La carne viene strappata dalle ossa ed è una carne senza storia né identità che non può e non deve raccontarsi. Migliaia di sconosciuti sentono proprio il diritto e il dovere di esporre nella propria personale piazza sul web un corpo, un Cristo nero su cui tutti piangeranno e si strapperanno i capelli. Il Cristo nero morto per l’ingordigia dell’Europa, morto per la cecità di chi vive nell’agio e non vuole saperne di rinunciare a un centimetro del proprio benessere per popoli così lontani e distanti da sé. E questa distanza, questa alienante normalizzazione della barbarie messa in atto dagli stati europei ci giunge spoglia di qualsiasi ragione politica.

A noi arriva della carne morta rinchiusa nelle stive dei barconi o in un tir diretto in Germania.

E’ una carne che sta lì, che galleggia, che viene ritratta senza alcuna remora e gettata in pasto agli avidi occhi di migliaia di persone che aspettano la giustizia, seduti nelle proprie case asciutte e comode. Intanto i nostri corpi che io definisco carne nuda e trattata con l’obiettivo è delegittimata, gira e viene condivisa da milioni di persone con un click. Mi piace una, due, trenta volte, magari cinquanta. Ma cosa piace effettivamente? Piace l’azione del Governo Renzi, piace il risultato della legge Bossi-Fini, piace il pensiero anoressico che viene dedicato in una o più righe all’immagine di un uomo col volto straziato dall’acqua? Piace la giustizia, o la tristezza di dover constatare che a pochi chilometri dalle coste italiane un eccidio di massa sta avendo luogo senza che nessuno si renda realmente conto di cosa stia accadendo? Non lo so, ma ho visto davvero tanti mi piace sotto le foto rubate di bambini morti di paura nel buio della notte. Ho visto un furto a cui hanno partecipato tutti e ho visto mancanza di giudizio, mancanza di razionalità. Ciò che in queste ore sto vedendo su facebook mi sta distruggendo letteralmente. Vedo utenti e non persone che si sentono in diritto di trattare il corpo di noi migranti come meglio credono, pensando di stare facendo il nostro interesse, il mio interesse a pubblicare le foto. Di chi poi? Ciò che la maggioranza delle persone vedono in quelle foto è un profondo orrore, è una tristezza senza fine, la vittoria dell’emotività sulla rabbia consapevole ed organizzata. Quando piove i lampi arrivano sempre più veloci dei tuoni. Quando si parla di migranti e della loro sorte l’immagine è sempre più veloce della parola, salvo poi lasciare un vuoto incredibilmente profondo nel momento in cui la tempesta finirà. Tra un mese, quando per qualche ragione a noi sconosciuta i migranti moriranno di meno e arriveranno salvi sulle nostre coste, cosa ne sarà dei vivi? Si comincerà a parlare di numeri insostenibili, gli italiani grideranno prima noi e poi LORO? Arriverà questo momento come è sempre arrivato alla fine di ogni eccidio nel mediterraneo e non saranno queste immagini a rendere più umani e consapevoli delle sofferenze altrui. Qualche dichiarazioni di intenti da parte delle istituzioni, qualche fiore, un pensiero ai bambini, un rimprovero ai cosiddetti migranti economici e poi il nulla. Gli italiani avranno fatto ancora la loro parte dispiacendosi di chi muore dimenticandosi chi ancora vive e parte. Le responsabilità sono avulse dal contesto storico, politico ed economico in cui ci troviamo. Tutto è fatale, tragico, insopportabile. E’ troppo noioso sentir parlare di capitalismo o farsi un’opinione su ciò che succede in Nigeria o sul petrolio di cui facciamo il pieno quando dobbiamo andare a fare la spesa. E chi vuole sentir parlare dei regali che la lasciato l’Italia fascista in Eritrea e Somalia o in Libia? L’ascolto è impossibile, innesca il dibattito ma una foto no, è solo un immagine è incontestabile e può essere abbandonata sulla strada di chiunque, nella speranza che qualcuno si dispiaccia aspettando la digestione del dolore.

Inutile dire che giustificazioni di tutte le salse siano fioccate dopo la pubblicazione di queste immagini. Ho appreso da tutto ciò che esistono realmente esseri umani di serie A e serie B, anche nella morte. Mi chiedo come mai non si siano innescate le stesse dinamiche pornografiche per denunciare la devianza di alcuni aspetti della nostra civilissima società. La morte di un uomo nato al di qua del confine merita lenzuoli bianchi, silenzio e un’infinita caccia alla verità. Fa più scalpore e orrore di cento bambini, e di conseguenza la morte di cento bambini fa più scalpore di quella di cento uomini adulti. Si gioca a ribasso sulla soglia del dolore e della sopportazione ma è un gioco che rischia di sfuggirci di mano e di ritorcerci contro. Mi spaventa l’anestesia alla quale milioni di italiani sono sottoposti, tanto da poter smuovere la propria emotività solo di fronte al fatto compiuto.

Poi, su tutte le voci di protesta da social se ne leva una forte che dichiara “la morte dei migranti appartiene a tutti noi”.

Io dico che non la morte, ma la vita appartiene a voi tutti, e la dovrete prendere e strappare alle onde del mare una ad una fino a scoppiare.

Che l’Europa esploda sotto il peso delle proprie colpe e dei propri furti, che si prostri e si inginocchi di fronte alle vite spezzate di milioni innocenti, simbolo del rigurgito di una cena a cui gli antenati di coloro che attualmente viaggiano o fuggono non sono mai stati invitati. Questo è il mio unico augurio.

Un dolore vero e organizzato per un’umanità vera e organizzata. E non più corpi di cristo da mangiare ed ingoiare col vino per sentirsi salvi dalla dannazione eterna. 

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7 pensieri su “La carne dei migranti

  1. Gentile Djarah Akan, sono profondamente dispiaciuto sul fatto che lei, da migrante, trovi offensive le foto in questione. Tuttavia non conosco le sue amicizie su facebook, ma le mie non pubblicano foto di cani amici di altri animali e tette da urlo, e non credo nemmeno che stiano sette ore davanti alla tv, anzi spesso pubblicano post contro il petrolio e il capitalismo, però alcuni hanno anche pubblicato le foto degli annegati. E il motivo per il quale lo hanno fatto non è stato diffondere pornografia sui social network, ma un gesto di protesta.
    Io non ho condiviso quelle foto perchè non mi piacciono le foto violente ma posso capire il gesto degli altri nel postarle. Mi dispiace che lei non l’abbia capito, o che semplicemente non condivida questo pensiero, ma i social network sono uno dei pochissimi canali diretti per parlare alla politica. E ho detto ALLA politica, non DI politica.
    Semplicissimi esempi che tutti conoscono: siamo scesi in milioni di persone in piazza per protestare contro la riforma della scuola del ministro Gelmini, ed è diventata legge lo stesso. Stiamo facendo lo stesso per la nuova riforma e faranno finta di non vedere.
    Abbiamo votato le elezioni politiche ed è rimasto presidente chi lo era già. Poi ne hanno messo un altro voluto da loro, e poi un altro che è quello attuale. Alcuni dei partiti meno votati della repubblica, come i Radicali e NCD occupano e hanno occupato alcune tra le poltrone più importanti del governo.
    Come protestare contro questa gente, che sembra indifferente a tutto, si chiedono in molti? Che cosa fanno questi politici tutto il giorno? Usano i social network. Li usano per diffondere il loro verbo e sperano di poter campare a lungo diffondendo menzogne. Vorrebbero facebook e twitter pieni di sorrisi di gente che li ama e che odia lo straniero, di messaggi a favore dei marò e contro gli intellettuali.
    E c’è chi non ci sta e decide di riempire i social di messaggi contrari. Ma basterebbe scrivere ad un presidente o ministro di dimettersi perchè tutti diffondano il messaggio fino a farlo arrivare al destinatario? Purtroppo no. La nostra società, soprattutto quella italiana è satura di messaggi contro il governo, contro il sistema. E allora come mandare un messaggio che arrivi a tutti?
    Come remare contro una politica sempre più razzista che indirettamente manda messaggi di indifferenza alla morte del prossimo?
    La risposta, cruda e orrenda, sono state quelle foto. Certo non sono il mezzo migliore di protesta, non risolveranno la situazione dei poveri migranti che tentano di arrivare in Italia, non porteranno pace a chi in Italia c’è già. Ma danno una scossa a chi è assopito dai messaggi di indifferenza e legge del più forte, che vogliono che “Al mondo è normale che qualcuno muoia”. Le foto dicono a queste persone: “Allora guarda la tua normalità”
    Come dicevo io non voglio pubblicarle sul mio facebook, ma dato che lei parla di mancanza di ragione politica e ha praticamente dato dei pornografi e avvoltoi ai miei amici, mi sono sentito in dovere di illustrarle il mio punto di vista.

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  2. Capisco, rispetto, ma non condivido. C’è troppa rabbia e troppa generalizzazione in queste parole, soprattutto troppo giudizio senza appello. Io ho condiviso, piangendo, la foto di Aylan, perché ho visto mio figlio su quella spiaggia e mi sono venuti i brividi. Ho provato intimamente il dolore e la disperazione di suo padre e voglio che altri facciano lo stesso. Si chiama “smuovere le coscienze”, anche in modo brutale. Io ci credo.

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