CHE TIPO DI ITALIA RACCONTA LO IUS SOLI TEMPERATO?

AUTORE: Djarah Akan

Finalmente la Camera ha votato. È solo un disegno di legge ma tra non molto arriverà anche al Senato. Non ne so ancora abbastanza ma dalle poche notizie che cominciano a emergere l’Italia sembra piuttosto confusa sull’atteggiamento da tenere al riguardo. Si sente prima felice, poi progressista, poi invasa, ancora progressista ma alla maniera liberale e infine disinteressata.

Sullo sfondo di un Parlamento esasperato svolazzano enormi striscioni con su scritto “La cittadinanza non si regala”. Li vedo belli carichi e convinti delle loro idee così spulcio tra le notizie di internet a caccia di dettagli che riescano a rendere l’idea di quel che viene salutato come un grande progresso. Poi mi soffermo su quell’aggettivo “temperato” e mi rendo conto di quanto grande sia la carica di ironia che questa legge si porta dietro a partire dal nome.

Mentre leggo le ultime righe del disegno di legge, il telefono squilla. Dorkas, la mia piccola amica, è entusiasta di questa legge, ma è scritta in politichese e vorrebbe che gliela spiegassi. È quasi fuori di sé dalla gioia, pensa già alla gita di fine anno, a tutto il denaro che lei e i suoi genitori stanno mettendo da parte per la sua pratica di cittadinanza e la sua felicità è semplicemente incontenibile. Vive sola con suo padre che è spesso disoccupato mentre sua madre vive al nord e lavora in una piccola azienda come sarta. La mamma le spedisce spesso maglie con piccoli errori di fabbricazione e anche io ne ho un paio nell’armadio.

Mi riempie di domande al telefono ma io ho la testa vuota, sono troppo occupata a leggere le dichiarazioni dei fascisti di Casapound che giurano battaglie e rivolte popolari contro questa legge che secondo loro mina le fondamenta della patria e dei valori italiani. Belli carichi e convinti pure loro. Una caratteristica innata del fascio medio. Vorrei dirglielo a quelli di Casapound che questa legge è una merda e vorrei dirlo anche a Dorkas, tutta presa nelle sue fantasticherie su una nuova carta di identità di cui vantarsi con gli amici.

Cara Dorkas, se potessi ti direi la verità. Ti direi rallenta, ché nei palazzi del Potere raccontano una storia diversa. Se potessi ti direi che tuo padre, sempre disoccupato e col suo finto contratto di lavoro, pagato fior di quattrini per rinnovare il permesso di soggiorno non appara un reddito sufficiente a fare un tubo, figuriamoci a chiedere un permesso di soggiorno UE per soggiornanti di lungo periodo. Questa è di fatto la condizione primaria per averlo, ora dipende tutto dai tuoi vecchi e questa nuova legge se ne sbatte di quanto tu ti senta italiana. Se ne sbatte dei tuoi progetti, se ne sbatte di tutelarti e ti dirò di più: quegli sconosciuti incravattati l’hanno scritta pensandoti come invisibile e aliena al corpo della nazione. Tu sei povera Dorkas, sei un avanzo della macchina del benessere generalizzato e non hai niente. Le istituzioni non ti pensano affatto.

Lo Stato farà pagare a te e ai tuoi genitori la scelta di aver abbandonato una miseria più grande. Tutto è terra promessa e prosperità a confronto di ciò che i tuoi si sono lasciati alle spalle, ma non pensare che sia un’attenuante. I cosiddetti migranti economici non hanno scuse, non sono come i rifugiati che scappano dalle guerre e dalle persecuzioni. Secondo le leggi europee avere l’istinto di sopravvivenza e desiderare di vivere con dignità è un crimine e ci vogliono delle quote da rispettare se hai fame e vuoi qualcosa di più che una vita di stenti. Perciò l’Europa dice: In fila maledetti straccioni! E non spingete che non c’è posto per tutti qui!

Degli infiniti lavori a nero di tuo padre come imbianchino, appeso a un impalcatura assassina, resteranno solo i conti sempre in rosso e i litigi con tua madre, poi la sua partenza e i maglioncini bucati per farti sapere che ti vuole ancora bene.

Ti ricorderei di quel viaggio in Nigeria di cui non hai mai voluto parlarmi. Ti direi di contare i mesi fuori a piangere i resti leggeri di tuo cugino avvolti in una stoffa bianca e insieme, col calendario alla mano ci accorgeremmo di un tempo infinito che non avresti mai pensato. Otto mesi fuori dall’Italia a fronteggiare problemi col visto e la paura di rimanere fregata lì, poi un biglietto di fortuna pagato da tutta la famiglia per tornare in Italia, a casa. Ma la legge parla chiaro e qui c’è scritto che il minore può restare fuori per un periodo massimo di novanta giorni. I tuoi otto mesi non so davvero dove potremmo metterli. Forse in una tasca bucata, forse alle spalle o magari in bocca a quelli che pensano che in fondo queste leggi sono fatte per evitare che qualche milione di poveri straccioni extracomunitari approfitti della generosità che il diritto garantisce a questa parte di mondo. Deve essere terribile per i nostri governanti pensare a una realtà dove non ci siano differenze di genere, provenienza e classe. Non più oppressi nell’anima e il corpo, senza un ordine che li costringa a stare nella propria merda, e magari tutti belli e felici e contenti. Che brividi. Lo credo bene che abbiano messo tutte queste condizioni se le loro paure, come immagino, sono anche più grandi di come le descrivo. Io rido e scherzo Dorkas ma, sorella mia, sei davvero fregata e lo so bene perché capisco il politichese.

La tua voce calda e densa di pensieri irrequieti continua a chiedermi insistentemente “e allora? Che facciamo?”.

Già. Che facciamo? Perché a me questa Italia raccontata dallo Ius Soli Stemperato non piace affatto. Per una S di meno hanno fregato tutti cambiando la percezione semantica di un’ingiustizia travestita da vittoria. I diritti diluiti in una soluzione a base di censo non sono diritti, né possibilità di calpestare questa terra senza la paura di scivolare in un CIE.

Non meriti una vita di dubbi e lavori schifosi. Non meriti rinunce, trattamenti penosi, niente che i tuoi genitori abbiano passato prima di te. E allora? Se va male che facciamo? Se il Senato peggiora già questo schifo di legge?

Mentre siamo al telefono me lo chiedi ancora, fino a urlare quasi. Io cerco di tranquillizzarti, e l’unica cosa che riesco a prometterti è questa:

“Se va male, facimme burdello Dorkas. Facimme burdello!”.

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2 pensieri su “CHE TIPO DI ITALIA RACCONTA LO IUS SOLI TEMPERATO?

  1. La prima ipocrisia da combattere è la distinzione tra rifugiati e migranti economici come se questi ultimi facessero un viaggio di piacere.
    La battaglia per lo ius soli è ancora lunga ed è osteggiata anche da una visione retorica e radicale che si nasconde dietro le bandiere con su scritto “nessun essere umano è illegale” e “siamo tutti clandestini” salvo poi tornare a casa con il culo al caldo lasciando i diretti interessati con la loro rabbia e le loro paure.

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