SUL CORPO E LA VIOLENZA: L’AGGRESSIONE DELLA SPRING VALLEY HIGH SCHOOL

AUTORE: Djarah Akan

Il poliziotto è bianco. Afferra la ragazzina per il collo, la sbatte per terra. È violento mentre le stringe le braccia e la trascina via come un sacco di immondizia. I suoi compagni di classe sono immobili, fermi nei loro banchi, penso per la paura e il terrore. Non mi va di accusare ragazzini adolescenti di una mancata azione, di una risposta che non c’è stata. Il terrore pietrifica le ossa, ti caccia in gola solo il silenzio, portandoti via l’indignazione e la voglia di agitarti, di dire No.
Guardo quel video una decina di volte, per meglio elaborare le immagini e la violenza a cui ho appena assistito e chiedo opinioni ai miei amici e conoscenti. A quanto pare l’hanno visto in molti e la reazione è stata sempre la stessa. I bla bla sull’ingiustizia e il fatto che in America fossero tutti razzisti mi aveva presto stancato e snervato. Possibile che la razza fosse l’unico particolare a mettere in moto il giudizio su quanto era appena accaduto? Nessuno riusciva ad andare oltre la ripugnante azione dell’agente di polizia che, nell’orario di lezione, aveva avuto una raccapricciante disinvoltura nel picchiare una ragazzina priva di difese. Quella fluidità di movimento rispetto al corpo della ragazzina non mi ha sorpreso affatto. Era ed è espressione diretta della violenza che lo Stato, nella figura di un agente di polizia di periferia, esercita ai danni delle minoranze, viste e trattate come corpi pericolosi in surplus. E sul corpo dei neri, ma soprattutto delle nere si manifesta una violenza di razza, genere e classe che merita una certa attenzione.
Tanto per cominciare un negro non dovrebbe nemmeno andarci a scuola. È in un luogo che non gli compete. Nel pensiero razzista e capitalista i negri rappresentano un surplus, un eccesso intollerabile. Le minoranze, specie se appartenenti alla classe povera, hanno l’obbligo implicito di lavorare e dunque di mettersi al servizio di chi è in grado di economizzare questo prezioso capitale umano.
Dunque energia, forza, invulnerabilità e conseguentemente abuso, percosse, iniquità.
L’uomo negro è obbligato a tutto questo ma a conti fatti è la donna a vivere i risultati più tragici dell’applicazione criminale di questi stereotipi.
Per una donna nera sembra quasi un obbligo dover essere forte. La resistenza agli sforzi fisici è un fatto e il corpo parla oltre la storia. Il corpo di una donna nera non parla di femminilità o agiatezza o di grazia e leggiadria. Il corpo della donna nera è una massa pesante che si sbraccia per fare le pulizie e mantenere bambini che, in ogni caso, nell’immaginario comune sono sempre tanti, troppi. Il corpo di una nera parla di violazioni, di stupri, di abusi e privazioni ma anche di desideri inconfessati, di immaginari esotici fatti di muscoli tesi, sudati e agguati nella savana.  Il corpo della nera può e deve resistere a ogni cosa, che siano le botte o la miseria in una casa fatiscente ai confini della disumanità. Ecco che quindi l’agente, e i suoi colleghi disseminati in tutte le periferie e i ghetti pullulanti di miseria, si scatenano senza alcun limite sulle minoranze, dando per scontato lo schema nero-povero che interiorizzano e applicano come principio di azione coercitiva.
L’America odia i poveri, peggio se appartenenti alle minoranze razziali, e si impegna giornalmente per fare in modo che il regime di separazione spaziale tra bianchi e il cosiddetto “resto” rimanga vivo nei ghetti. Ma, allo stesso tempo se da un lato si giustifica la violenza delle forze dell’ordine nei quartieri malfamati, a maggioranza abitati da ispanici e afroamericani, dall’altro lato si celebra ipocritamente la presidenza di Barack Obama o figure del mondo dello spettacolo che dovrebbero smentire tale violenza strutturale, senza mettere in conto che la differenza tra certi negri è la ricchezza, dunque la classe di appartenenza.
La volontà di tenere nascosto l’attacco di classe delle istituzioni americane tiene in primo piano un discorso di razza che tende a essere debole o non del tutto sincero, se si prendono in considerazione le condizioni economiche supposte alle quali dovrebbero appartenere alcune minoranze.

Quella ragazzina nera nella mente dell’agente non è solo nera ma probabilmente povera e magari coi genitori in carcere e il fratello appartenente a una gang. Riguardando ancora il video penso al suo corpo, al modo in cui viene maneggiato e gettato per terra, al modo in cui quel pavimento viene ripulito dal suo viso schiacciato contro le mattonelle. Le immagini si sostituiscono a una fraseologia ricca di giustificazioni e ci parlano chiaro e forte, raccontandoci del valore pressappoco nullo del corpo delle donne nere.
Puoi prenderlo, farne ciò che vuoi, distruggerlo tanto non ne basterebbero un milione per annusare il puzzo di rivoluzione. Ma soprattutto nessuno pensa alla quantità di brutalità riversata su quella negra indisciplinata che non voleva abbandonare la classe. Qualcuno scherza e dice che non si sarà fatta niente perché è nera e le nere sono forti. Devono esserlo visto che l’aggressione è la regola, sia da parte dei loro uomini che da parte delle istituzioni dei bianchi.
Il corpo della donna nera, il mio corpo, il nostro corpo porta testimonianze involontarie e tutto questo inzuppa fino all’orlo un complesso rapporto con il mondo sprangato del bianco.
Sono cresciuta coltivando l’obbligo della resistenza e per anni ho creduto che la disinvoltura con cui venivo toccata o appellata fosse un dato di fatto naturale e inalienabile su cui, per quanto potessi sprecarmi in parole, non avrei mai vinto nulla, nemmeno un tentativo ipocrita di comprensione.
I neri, nell’immaginario collettivo, sono indistruttibili e i loro corpi sono il desiderio. Ma c’è un discorso implicito in tale convinzione che nasconde l’assunto secondo il quale il nero sia legittimamente sfruttato e naturalmente portato a fare quel lavoro di schiavo che la Storia dei vincitori gli ha affidato senza troppi complimenti. Ed e la Storia dei vincitori a definire i limiti entro cui una ragazzina nera può essere brutalmente aggredita nell’aula di una scuola, un luogo dove tutti dovrebbero sentirsi al sicuro.
Eh sì, in tutto questo nessuno si è messo a pensare che nelle scuole americane, se fai la stronza può essere che ti mandano lo sbirro.
Sì. Lo sbirro nelle scuole.

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