C’era una volta castel volturno

Ci aggiriamo come spettri tra mura crollate e tetti squarciati dal sole. Sopra di noi solo rondini, passeri spaventati e piccioni.

Il mio amico tiene in mano la macchina fotografica, parliamo poco come se inconsapevolmente non volessimo violare il sonno delle macerie. C’è stata una guerra, per caso, un terremoto di cui nessuno ha parlato, o un esplosione improvvisa? Cosa è successo? Perchè non c’è più nessuno?

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Dalle voragini sui muri si vede di tutto, intimità violate, storie di frigoriferi con la presa staccata, divani e spazzatura, per lo più legno e travi. Si ha la sensazione di una fuga improvvisa, immagino la notte, il fuggi fuggi generale e le case che continuano a crollare senza sosta.

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Largo San Castrese conserva tante ombre imprigionate sotto l’immondizia, avvertiamo in questo luogo desolato l’odore insopportabile di un passato che non finisce mai. Largo san Castre è ombra! E noi siamo gli agitatori, gli invasori inconsapevoli, due ragazzi senza memoria di ciò che è stato questo luogo e qualche passo più in là, la città tutta: Castel Volturno.

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Un borgo antico, poggiato al Castello che da il nome a questa cittadina – perchè c’è un antichissimo Castello sul fiume Volturno – non dovrebbe star messo così male. A parte preservativi usati e mozziconi di spinelli, c’è rimasto ben poco su cui rimuginare.

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I miei ricordi di bambina si fermano proprio sulla vista di un enorme rudere orrendo, abbandonato a se stesso e nella mia mente, pieno di fantasmi e mostri da pisciarsi addosso per la paura. Un bambino sa come è fatto un castello, con tutte le sciocchezze che ci ficcano in testa su re, principesse e cavalieri, come si faceva a dire che quella “cosa” marrone fatta di mattoni accatastati e ciuffi di erbacce rampicanti fosse davvero ciò che la maestra sosteneva stavamo guardando? La verità è che sono arrivata tardi, la mia generazione ha perso il suo unico incontro con un tempo che nemmeno ai più anziani piace rievocare. Quando li sento borbottare di ricchezze e pesci in abbondanza tirati su da un fiume azzurro, ci credo a stento, mi innervosisco, non mi va di ascoltarli. Preferisco immaginarli bugiardi o forse troppo impressionati dal passato, di cui si sa che si tende solo a ricordare il buono, perchè tutto paragonato a questi tempi maledetti, è migliore di quanto non lo sia stato veramente.

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Ora sulle rive di un fiume inquinato da fanghi industriali vedo scorrerci la morte, le barche dei pescatori – sempre troppo poche – restano ferme lì, in attesa che qualche padrone con le tasche gonfie di grano gli restituisca almeno una minima parte del porto. Ci credete, una città di mare che implora un porto!

E’ un posto di folli questo qui. Il borgo è abbandonato ma appena fuori le mura di Largo San Castrese di case piene ce n’è. E non è che si stia parlando di distanze incolmabili e salti nel buio con tanto di eroiche rampicate a prova di stuntmen. Sono solo una manciata di passi, dico, una manciata di passi! Com’è che a nessuno importi di questa situazione?

E il Castello…le condizioni in cui versa la dicono lunga sul rapporto che hanno gli italiani col loro patrimonio culturale e artistico. Guardare oggi l’antico Castello sulla riva del fiume e come osservare il sorriso malconcio di un adolescente con l’apparecchio ai denti.

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Le amministrazioni precedenti non hanno saputo cosa farsene di un antico monumento longobardo risalente al X secolo. Provo a mettermi nei loro panni ma mi è difficile indossare elegantemente l’idiozia criminale che ha reso famosa questa cittadina.

Negli anni, lo scarica barile tra privati e pubblico su chi dovesse prendersi le responsabilità di dare una sistemata al borgo, ha fatto in modo che le cose andassero nel peggiore dei modi. E il peggio è ciò che abbiamo trovato lì. O meglio, ciò che non abbiamo trovato.

Ci facciamo un giro convinti che il posto sia totalmente disabitato.

Ma è proprio qui che ci sbagliamo. E me ne rendo conto dopo aver bussato alla porta di una casa che affaccia proprio sulle mura dell’entrata del borgo. Mi dico che è messa bene, sicuro ci vive qualcuno e di fatto è così. La porta si apre.

Quando gli spieghiamo il motivo della nostra invasione, Cristina (è questo il suo nome) ci invita subito in casa sua, un piccolo paradiso con poca luce animato dal continuo cinguettio di una coppia di pappagallini, di quelle che se muore uno l’altro lo segue a ruota.

La casa è dei suoi genitori. Sei anni fa è tornata a viverci ritrovando l’inferno.

Ci sono crolli continui, ho paura per i miei bambini, vent’anni fa, mi credi? Era diverso”.

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Io le credo, come credo all’antica bellezza in rovina del borgo macilento, come credo alla pioggia e all’incuria che lo ho divorato tutto.

Ma Cristina è convinta che non si tratti del caso, lei ha un’idea precisa di come siano andate le cose.

Lo hanno fatto apposta! Lo hanno dimenticato di proposito. Te lo dico io”. Può un posto così meraviglioso essere rimosso di proposito dalla memoria? E se si, quale forza può spingere un intero paese a voltarsi e tapparsi le orecchie per ogni volta che un’antica palazzina cade in pezzi?

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Dai racconti della giovane madre del Largo San Castrese, riesco a ricucire le memorie lontane di un passato che fa urlare di dolore e rabbia, sentimenti di cui riesco a comprendere solo pallidamente la forza distruttrice. Infondo posso dire di non aver visto nulla da rimpiangere in questi ultimi ventidue anni, ma per quelli che tra queste mezze mura si ricordano ancora giovani, le cose non stanno come le vedo io.

Gli ultimi arrivati, quasi sempre fanno i conti con gli strascichi di scelte criminali, le cui responsabilità si mettono sul tavolo nei tribunali fuori dei bar dove la colpa è sempre dei neri o dei forestieri napoletani venuti a vivere qui dopo il terremoto dell’ottanta.

Qualche volta ad essere colpevoli sono persino i ricchi villeggianti napoletani, rei di aver lasciato la zona desolata.

Quelli che un tempo venivano qua ora sono scappati a Formia, a Minturno”.

Per un’economia come quella di Castel Volturno, basata sul turismo e la pesca la riconversione a uso di piazza di spaccio di tutti i mali del mondo, deve essere stata traumatica. Quando ho cominciato a capirci qualcosa di quelle storielle stantie sul compianto turismo e la ricchezza, era già finito tutto.

Cristina continua raccontandomi che le case del borgo erano state abbandonate parecchi anni prima ma che lo schifo che si vede davanti oggi non può accostarsi ai dolci ricordi di bambina che aveva di Largo San Castrese. Pasta e fagioli in mezzo alla piazza e suo marito ancora ragazzo che correva le scale di quella casa lì. Mentre lo fa mi indica il vuoto.

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Poi, cosa che ripete più e più volte nel corso della nostra chiacchierata il 2000 è stato l’anno dei crolli.

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Ha cominciato a venire giù tutto. Non si è capito più niente”. Non ci sono state scosse di terremoto o bombardamenti, dal giorno alla notte il borgo spariva pezzo dopo pezzo, dopo ogni pioggia, a colpi di strafottenza e promesse da campagne elettorale, un sempreverde nel gioco politico all’italiana.

Ho fatto casino sul comune, ma nessuno mi ha ascoltata. Le associazioni hanno pulito da poco ma se fossi venuta qui qualche tempo fa avresti vomitato. Mi viene da vomitare per come hanno lasciato le cose. E che dire di Baia Verde o peggio di Destra Volturno…?”.

Cristina è sempre più frustrata, vuole andare via, per se stessa e per i suoi figli, la rassegnazione segna la sua quotidianità, è impossibile vivere col rimorso. Deve andare avanti, i suoi bambini meritano tutto ciò che questa cittadina le ha negato, andare via è andare avanti. Non ha più niente da raccontarci, sembra stanca ma anche felice. Ci mostra delle vecchie foto in bianco e nero, a fatica riesco ad immaginare che il Castello in riva al fiume fosse tanto bello come lo avevo sentito raccontare. Quante barche, il fiume azzurro e argento. Non era una bugia, un tempo questo luogo maledetto ha significato qualcosa di reale e vero, dolcezza di giochi di bambini e un sogno da boom economico in stile dopo guerra che nessuno immaginava sarebbe stato la fregatura più grande delle loro vite.

Dopo la sorpresa di Cristina ci decidiamo a camminare tra i vicoli. Voci di donne parlano una lingua che non capisco mescolata al dialetto napoletano e a qualche parola in castellano.

Eccola lassù, la donna del mistero. Una Signora dai capelli neri, vestita di un bel sorriso con occhi neri.

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La salutiamo e le chiediamo di più sulla casa che abita. Paga molto poco, con le case vecchie va così, non ti chiedono troppo e questo è un bene, perché la donna non se la passa molto bene.

Ci racconta che ai confini del borgo e un po’ anche alle sue spalle vive una comunità di Gitani, stanziata lì dalla fine della seconda guerra mondiale. La memoria si perde, si vive e ciò che è stato si scolla dalla mente come la suola di una scarpa vecchia. Quando le chiedo di più la donna fa spallucce, non ricorda altro, è un peccato. Nel frattempo ci porta negli spazi non ancora crollati. Lì un tempo allevava galline e maiali.

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Puzzavano. Ho dovuto toglierli di mezzo perchè i muri continuavano a crollare. Peccato che non ci siete stati. Gente accussì per la strada, assai proprio un sacco di gente. Un tempo questa era Castel Volturno ma adesso non è più niente. Non c’è neppure il cane che cammina pe miezz a via”.

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Mentre ci parla dei suoi quattordici anni e della serenata speditale dal marito per chiederle di sposarla, un’anziana donna si affaccia dal balcone. Domanda alla Signora cosa ne sappia di Castel Volturno e la Signora intimidita, sembra dispiaciuta di averci parlato delle sue memorie di gitana. Quello scambio di battute mi inquieta, per la vecchia gli zingari non sanno nulla della Storia, ma ascoltando la signora capisco che sono lì da abbastanza tempo per poter parlare di ciò che ha brillato e poi si è spento tra il Castello e le rive del fiume.

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La lingua dei confini di Castel Volturno è una lingua gitana, portata lì dalla guerra e da un matrimonio in grande stile. Questa porzione di storia non è minimamente pensabile dai ragazzi del posto che con patologica indolenza odiano la terra sotto i loro piedi immaginando un futuro diverso, magari meno peggio di come gli si presenta. Dai loro genitori i ragazzi della mia età ereditano la follia muta che si avverte scorrazzando per le strade del centro. Non c’è niente per cui valga la pena svegliarsi o uscire. Sconfitti e sopravvissuti, castellani e immigrati, dividono gli stessi spazi facendo i conti con un presente pieno di debiti insolvibili.

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Mi lascio alle spalle il borgo, qualcosa mi sfugge, non riesco a cogliere il filo intricato che collega le verità di questo luogo annientato alla Domiziana.

La polvere e i mattoni di Largo San Castrese mi lasciano sgomenta, come se tra quelle vecchie case annientate si potesse scorgere il peccato originale di questa cittadina e ciò che poi è stato ed è ancora oggi.

Dare un’occhiata a quelle macerie restituisce il senso di una cittadinanza divisa e impegnata a colpevolizzarsi per un passato che ormai è bello che è andato, dunque irrecuperabile.

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A nessuno va di pensare al presente, ci si illude che basti una foto ben assestata sul Litorale Domizio appositamente ripulito, affinché i turisti ritornino. Ed è altrettanto assurdo pensare di rendere vivibile questo posto in funzione di un economia basata sullo sfruttamento parassitario di un territorio, senza che le ricchezze vengano ridistribuite dal basso. La mancanza di solidarietà e cooperazione hanno ucciso il borgo, annullando i presupposti per una vita che sia degna di questo nome e gli eventi si sono ripetuti, uguali a se stessi per tutti i non-luoghi che costellano questo posto.

Subire e vivere, due concetti che si sovrappongono, vorrei chiedere a quei bifolchi forcaioli anti immigrati, dov’erano mentre il loro beneamato borgo, orgoglio dell’identità castellana, si sbriciolava alle loro spalle.

Lo hanno fatto apposta mi dice Cristina, e quella frase profonda, inquietante, mi sembra la cosa più sensata che abbia sentito negli ultimi anni.

Il borgo antico, l’animo intatto e cristallizzato di un paese, racconta e ricorda, ammonisce, chiede di non dimenticare. Per Castel Volturno si può dire lo stesso, le mura decadute cristallizzano la tragica decadenza di un luogo amato e compianto. Nei suoi crolli continui è vivo, chiede aiuto, nessuno lo ascolta.

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La gente continua a parlare di ciò che è stato nel tentativo di accusare il meno possibile i colpi bassi di una storia che non è andata come la si immaginava. La colpa è stata dei negri arrivati negli anni novanta, poi dell’amministrazione, del governo ladro, dei clandestini, del terremoto, degli alieni, della camorra. Tutti si passano la palla, nessuno che sappia cosa farsene di un presente atroce, il cui corpo solido è diviso a metà tra il dovere di dimenticare e l’impossibilità di riuscirci.

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Autore: Djarah Akan

Foto: Roberto Russo

Per le foto sopra e altre non aggiunte in alta qualità visitare –>
https://m.flickr.com/#/photos/134205381@N08/sets/72157667083726690/

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3 pensieri su “C’era una volta castel volturno

  1. Leggerti è sempre un piacere. Quest’articolo meriterebbe di entrare in tutte le case di Castel Volturno, con la speranza che possa risvegliare un minimo di coscienza civica e di amor proprio! Ciao.
    Yori Yori

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  2. COMPLIMENTI PER L’ARTICOLO E LE FOTO. MI SONO IMBATTUTA NELLA TUA PAGINA PER DELLE RICERCHE STORICHE IN VISTA DEL MIO GRUPPO FACEBOOK “BAIA VERDE E LITORALE DOMITIO STORIA”. IN EFFETTI ATTRAVERSO LA STORIA, CERCO DI RIPORTARE NEL CUORE DELLA GENTE L’AMORE E LA SPERANZA PER QUESTO TERRITORIO. CERCO FOTO ANTICHE MA PURE STORIE NARRATE, DOCUMENTI…SPERANDO DI FARE UN SERVIZIO GRADITO. GRAZIE COMUNQUE PER QUESTO BLOG.

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