“PRIMA GLI ITALIANI” E LA SINISTRA CHE NON RIESCE A FARCI I CONTI

Ero in autobus. Ma prima di cominciare a raccontare, mi chiedo come mai, tutte le storie comincino sempre con un autobus. I pullman sono mezzi straordinari per conoscere la follia della gente. Ma banalmente anche quello che provano, dove vanno, come si sentono.  I pullman sono come…come i social di oggi, ecco. Una pubblica piazza in cui persone che non si inculerebbero mai a vicenda,  nemmeno sotto tortura, si ritrovano in spazi ristretti, istituzionalizzati, a parlare del più e del meno, dei propri figli, oppure dei soldi. Che in ogni caso, sono sempre molto pochi o mai abbastanza. L’altro giorno però, qualcosa è successo. Avevo sonno, ero lì lì sul punto di cominciare a sbavarmi addosso, quand’ecco che sento una voce che quasi riesco a vedermi davanti. Questa voce. Bassa e tarchiata, con le tipiche tette spioventi di chi non si fa i conti in tasca prima di mettere al mondo un figlio. Nella bocca un dente d’argento solitario e scintillante, perché d’orato  fa troppo signora dell’est che puzza di detersivo per i cessi. Inaccettabile per una piccolo borghese decaduta. Sta voce lamentosa, che mi butta giù da un comodo sonno sui seggiolini luridi del P19N ha un ombra di catarro cronico, l’accento forte di Mondragone e dice in sostanza che suo marito, si fa il culo tutto il giorno, senza portare mai un soldo a casa. Inoltre lei che nella sua vita ha sempre lavorato – e dico SEMPRE! – non può ancora credere di aver detto no a suo figlio, per la gita a Barcellona.

“Ci ho dovuto dire di no, ma ci rendiamo conto? Qualche anno fa andavamo sempre in vacanza, sapete dove? A Gaeta, su un lido privato di proprietà di alcuni amici di mio marito. Una volta gli dissero pure vieni a faticare qua. Quello disse di no! A pensarci, a quest’ora forse stavamo meglio, almeno stavo vicino al mare, mi facevo il bagno tutto l’anno. Sono tanti anni che non ci andiamo in quel Lido, chissà se si ricordano ancora di noi. Quelli erano bei tempi, Signor?

“Pino”

“E scusatemi, con tutti questi problemi uno si dimentica pure come si chiama. Mo speriamo che le cose cambiano e che ci danno sto reddito. Almeno per una volta teniamo a uno che dice quello che fa. A me per questo mi piace sto Salvini. Io non sono d’accordo con tutto quello che dice, ma almeno ci da una speranza che per una volta è il Popolo a essere importante, e non tutti sti immigrati extracomunitari che appena arrivano ci danno tutto. A me a mio marito e mio figlio, facetteno no burdello per darci la social card, vi ricordate la social card? Questi invece vengono e già teneno una casa e una cosa di soldi in mano per comprarsi le stronzate. Fino a mo a me nessuno mi ha mai chiesto niente. Nessuno mi ha chiesto se tenevo bisogno, e intanto mio marito perdeva il lavoro e si stava facendo troppo vecchio per lavorare sempre a fare il muratore. Mo basta, comme dice chillo, la pacchia è finita”.

Mi sfilo le cuffie. Ma si, riconoscerei quella donna tra mille altre vestite come lei, gonna nera fin sotto il ginocchio e maglia di psichedeliche stampe a fiori. E’ Caterina, una vecchia amica di mia madre, donna quieta e gioviale, sposata a un ubriacone e matrice originale di tante piccole copie di quel marito ubriacone e sempre furibondo. Quattro per l’esattezza. Caterina è una donna buona, non posso immaginarla a dare ragione alla crudeltà dell’egoismo. A Caterina manca proprio l’egoismo, o per lo meno è così che la ricordo. Quindi cosa le è successo? Mi alzo dal mio posto e la raggiungo. Quando mi vede quasi si morde la lingua per quello che dice. Mi chiede della famiglia, della salute, della scuola, facendo finta che quella bocca che fino a poco tempo prima si compiaceva della morte dei migranti in mare non fosse la sua.

Questo, al Signor Pino, suo nuovo compagno di merende, non piaceva. Era proprio il repentino cambio di registro a non andargli giù. Rincara la dose dicendo che è tempo che gli italiani si facciano valere e si riprendano i loro diritti, allora io, ridendo a crepapelle, gli chiedo di quali diritti si sentiva usurpato. Come si dice? Sparare sulla croce rossa, giusto? Io ho SPARATO sulla croce rossa. Quello sconosciuto con la coppola color petrolio e i guanti bucati, cercava di ricordare i titoli che aveva letto sui giornali di Libero Quotidiano e sulle testate di Primato Nazionale. A differenza di Caterina, ce l’aveva un po’ di tempo per leggere ed informarsi, solo che lo faceva male. Non volevo discutere del suo innegabile razzismo, nè del perchè si sentisse discriminato in quanto italiano.  Volevo solo prendermi gioco di lui e dimostrargli quanto fosse profondo il pozzo nella quale custodiva gelosamente la sua scemenza. Come se in quel momento, avesse bisogno di sentirsi dire da una negra incontrata su un autobus che era scemo e che non c’era nulla da fare per la sua situazione. Morale della storia: l’uomo si è tenuto stretto il suo Prima gli Italiani e Caterina lo ha seguito, rimanendo in silenzio e salutandomi in fretta e furia poco dopo. Sono rimasta sola, ancora per un bel po’ prima di scendere dall’autobus, ma non ero proprio sola, il fastidio, mi ha fatto compagnia fino al capolinea. E poi mi ha inseguita, per tutto il tragitto di casa, fino ad arrivare alla soglia della porta. Si è pulito i piedi, mi ha accompagnato nella stanza e alla fine ci siamo seduti e, abbiamo parlato. Io e il mio fastidio. E’ venuto fuori che in realtà non era semplice prurito alla base della coscienza, ma un vero e proprio senso di colpa, a cui avevo provato a mettere un fiocco in testa, come fanno quelle donne che partoriscono figli brutti. Avevo fatto la stronza. Chi è razzista non merita pietà alcuna, ma in quel caso, la storia era ben più complessa. Non si trattava di semplici “razzisti” che già in questa definizione ci stanno semplici in quanto persone che odiano. Il vecchio stronzo, Pino, quello che leggeva per informarsi al fine di non cedere allo strapotere di Soros e delle ONG, era il classico analfabeta funzionale, incapace di far coincidere in coerenza, informazioni fuori delle sue coriacee convinzioni di “libero pensatore”. Caterina invece era una brava donna, una che conoscevo e che viveva in un quartiere pieno zeppo di immigrati. Avrei voluto parlarle, chiederle come le erano venute in mente queste brutte idee, da dove era nata la soddisfazione per la morte violenta di persone che non conosceva. Lei che amava tanto il mare di Gaeta e che ora vedeva lo stesso, come un buon mattatoio per tenere alla larga la sua povera patria dai morti di fame d’oltralpe. Non avrei dovuto fare sfoggio della mia intelligenza davanti a quelle persone. Avrei dovuto ascoltarle, per quanto mi facesse ribrezzo l’idea di stare a sentire quel mucchio di stronzate. Perchè io in realtà non so cosa significhi quello slogan. E’ razzista, violento, assurdo, ipocrita. Ma è anche altro.  Se migliaia di persone attualmente si trovano a sostenere uno slogan – Prima gli Italiani – in cui si identificano fin dentro il buco del culo, un problema ci sarà. La Sinistra, di fronte alle assurdità di questo slogan risponde facendo sfoggio della propria intelligenza e delle proprie ragioni. Come ho fatto io. Ridicolizzando l’odio di una classe sociale, le cui convinzioni vanno disinnescate, e non dileggiate. Non è vero che la base elettorale di Salvini è fatta di piccoli imprenditori, artigiani e lavoratori stipendiati, impoveriti dalla crisi. C’è tanta periferia nella sua base sociale, una periferia che fino a qualche decennio fa, scendeva in piazza per il diritto alla casa e al lavoro.  Allora la parola d’ordine era povertà. Prima i poveri, prima noi, con le nostre vite fatte a pezzi da un’economia che vive guardandosi allo specchio, e poi i ricchi, le grandi multinazionali e le banche. La storia politica della Repubblica italiana è costellata di misure fallimentari per il contrasto alla povertà. Ricordo la social card di Berlusconi, gli 80 euro di Renzi, ed ora questo reddito di cittadinanza dei 5 Stelle. Nella mia vita ricordo solo di momenti diversi in cui ci venivano allungati quattro spicci ai noi morti di fame per non scoreggiare troppo – protestare per una vita migliore agli occhi di questa gente equivale a scoreggiare –  alla cena di Gala di chi, in questi anni di governo, indifferentemente dal proprio  colore politico, si è fatto na panza così dei contributi dei cittadini, sia italiani che stranieri. Nè per i governi di destra, né per quelli di centro-sinistra, la lotta alla povertà era il primo pensiero con cui ci si svegliava al mattino prima di andare a prendere il caffè al Quirinale. Ogni tanto succedeva che alle elezioni si parlasse di immigrazione e lotta ai clandestini. Li ESPELLEREMO TUTTI FIDATEVI era la hit del momento. Ma di tutti gli stronzi che fino ad oggi si sono susseguiti al Governo della Roba Pubblica, la Lega è stata l’unica a portare sto giochino degli immigrati ad un livello superiore. E lo ha fatto con questo slogan, Prima gli Italiani, una novità che è riuscita a tenere insieme gente italiana che odia i poveri italiani, poveri italiani che odiano i ricchi, ricchi che schifano gli immigrati poveri, e poveri che probabilmente verranno fuori da questa legislatura ancora più pezzenti di prima. Nei fatti dunque, sotto la bandiera del tricolore, Salvini è riuscito a tenere insieme persone che se per un attimo si fermassero a pensare, probabilmente si scannerebbero a mani nude. Ma la magia del Prima gli Italiani non finisce qui. E’ potente, proprio in virtù del fatto che sulla percezione della realtà che diventa essa stessa Realtà tangibile. Pensateci un attimo.

La storia è più o meno questa:  c’era una volta una classe sociale di poveri e impoveriti dalla crisi che viveva in un posto di merda, senza servizi, senza scuole decenti, strade decenti e ospedali decenti. Un giorno l’Unione Europea per far si che l’Italia diventasse un porto di mare dove parcheggiare persone di cui voleva a tutti i costi lavarsi le mani, impedendo loro di avere documenti  validi per potersi autodeterminare, decise di fare un patto di sangue  con l’Italia dicendogli: Italia io ti do il forziere coi dobloni d’oro, però tu prometti che ti terrai tutti questi immigrati e che coi soldi che ti do farai accoglienza. L’Italia, inaffidabile e coi conti pubblici tutti scombinati disse “fidati, stai mmano a l’arte”. Il giorno dopo chiamati i suoi cugini, Marina LacoRROTTA e Ciccio Concussione iniziò una massiccia opera di scialacquamento di quei fondi che la gente, osservava, sfumare in mille intrighi di corte, dallo scandalo delle cooperative, alle infiltrazioni della mafia nella gestione dei CAS. In quei quartieri brutti e tristi dove si viveva a stento, la gente osservava sempre più spesso, istigata dalla propaganda di partiti di destra, che anche con la crisi i soldi c’erano, ma solo per gli immigrati. Fu così che, in un orizzonte di miseria generalizzata, i 35 euro al giorno dati alle cooperative, divennero il sole dell’ITALIA all’alba di un nuovo avvenire, dove gli interessi degli ITALIANI in quanto tali, sarebbero stati sempre priorità del Governo.

Così nasceva uno slogan, che approfittando delle misure emergenziali per la gestione dei “flussi” migratori, metteva in prima linea i bisogni degli italiani, criticando lo sperpero di denaro pubblico che secondo quanto detto, spettava prima agli italiani e poi a tutti gli altri. Se PRIMA GLI ITALIANI è (anche) una risposta al disagio delle classi popolari, cannibalizzate da un sentimento di intolleranza e paura creata a tavolino dai soliti attori politici, paradossalmente nonostante si parli di priorità al Popolo Italiano, il cuore dell’esecutivo batte sempre per la lotta all’immigrazione, che essa sia regolare o clandestina. Salvini non lo fa apposta, ma con il PRIMA GLI ITALIANI, sta facendo emergere un fatto di fondamentale importanza: ovvero che la povertà in Italia, non è mai stata gestita come un’emergenza, differentemente dell’immigrazione. Alla Lega e  a quella manica di porcellini d’India che le ruota intorno come Forza Italia e Fratelli di Italia, non frega niente dei poveri che vivono in Italia. Hanno bisogno che la gente si senta protetta e tutelata in quanto italiana e basta. Illudersi del fatto che basta essere italiani per smettere di riceve schiaffi in faccia dallo Stato è un sogno troppo bello.

E quelli della Lega lo sanno, ma dicono prima gli italiani, perchè il collante della “razza” passa sempre dalla porta di servizio, ed è più forte di quello della classe sociale di appartenenza. PRIMA GLI ITALIANI tiene un’intera classe dirigente  al riparo da uno slogan ben più pericoloso: PRIMA I POVERI, che sono tanti, troppi e se messi in condizione di farlo, pericolosi come poche cose al mondo.

Caterina povera anima, ora lo so perché sei diventata razzista. Credi che le tue sofferenze possano finire se tiri fuori la carta di identità e ti rechi all’ufficio di collocamento. E invece continui a restare dove sei, schiava delle tue tettone da latte, di un marito che ti rispetta solo a pranzo e a cena stai lì, a barcamenarti tra la vita e la morte, cercando di saltare fuori dal tuo conto in rosso. E non sai che la fuori, fuori della tua pensione di invalidità e dei tuoi mille sussidi nessun tuo concittadino ricco ti ha teso la mano ieri, né lo farà oggi che essere italiani sembra bastare  tutti. Quelle persone che ti hanno tenuta a fare le pulizie per 10 euro al giorno erano italiane, come te. La differenza è che loro possono scegliere di darti 100 o 10 euro, tu invece puoi scegliere solo se accettarli in spiccioli da 20 o 50 centesimi. A queste persone che amano vedere Salvini mangiare pane e nutella mentre le navi colano a picco con la gente ancora viva dentro,  va chiesto quanti Italiani che amano la Patria, hanno,  per il progresso e la ricchezza della stessa, dato loro un lavoro il cui stipendio non fosse una barzelletta sporca di Pierino. Quanti di loro abbiano donato denaro o il tetto della propria casa per ospitare senza tetto e famiglie indigenti.

Nessuno, secondo me. Perchè i poveri sono come gli immigrati. Fanno schifo a tutti. Ed è inutile illudersi di essere migliori di uno straniero appena arrivato in Italia, se non hai il conto in banca  di Lapo Elkann.

E così che muore uno slogan grondante sangue e ipocrisia:  sotto la scrosciante verità.

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